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UN ASSAGGIO DI NEW YORK

di lauracostantini00it (07/03/2007 - 08:40)

E' con piacere che ho accolto la vostra proposta di pubblicare un intero brano del nostro "New York 1920 - Il primo attentato a Wall street". La scelta non era facile, cercavo qualcosa che desse un assaggio dell'atmosfera degli Anni Ruggenti, che introducesse i personaggi, che avesse un impatto emotivo... Poi ho pensato che c'erano alcune pagine che, seppure in maniera ridotta, potevano aiutarvi a familiarizzare un po' con i personaggi, con i loro sentimenti, con il loro modo di essere prima di essere travolti da avvenimenti che cambieranno per sempre il corso delle loro vite. Nel brano che segue troverete Eugenio e sua sorella Cecilia, i due ragazzi che lasciarono Napoli alla ricerca di una nuova vita in Ammerica, ma anche Lisbeth e Sidney, coloro che li aiuteranno ad integrarsi in un paese straniero con la forza dell'unico sentimento che non ha nazionalità...

Lisbeth percorse con un lungo e minuzioso sguardo la figura che se ne stava dritta e rigida al centro del suo ufficio, in piedi davanti alla scrivania. I capelli neri raccolti a crocchia, le sopracciglia folte sui grandi occhi neri tenuti pudicamente fissi sul pavimento, neanche un filo di trucco, due cerchietti di metallo ai lobi forati, una camicia bianca che aveva visto tempi migliori, una gonna lunga fino ai piedi che una volta doveva essere stata nera, uno scialle che doveva aver richiesto molto lavoro a colei che lo aveva confezionato all’uncinetto, al collo un filo con una medaglietta nascosta dentro l’allacciatura della camicia.

 

“Cristo Sidney! Sembra un quadro antico, roba da conquista del West!”, commentò Lisbeth accendendo la sigaretta infilata nel lungo bocchino.

 

Girò intorno a Cecilia. Era alta anche se, ne era sicura, non indossava tacchi. Ma con quegli stracci addosso non si riusciva a capire che forma avesse, se il corpo, sicuramente magro, fosse ben fatto o meno.

 

“Per lo meno è pulita. Sei sicuro che non sverrà dalla vergogna quando le avrò mostrato la divisa che deve indossare?”

 

Era tornata alla scrivania. Sidney si era seduto sul bordo.

 

“Non preoccuparti. Che ne diresti, piuttosto, di parlare di soldi?”

 

“Non fare il furbo con me, Sid, le tariffe le conosci: un dollaro a sera e può tenersi le mance. A patto che riesca a guadagnarsele.”

 

Cecilia era rimasta immobile, ad ascoltare. Non capiva una parola ma le piaceva il suono di quella lingua, il modo in cui la parlava quella donna elegantissima che teneva tra le dita un lungo bocchino di madreperla. Le invidiò i luminosi occhi verdi accuratamente truccati, i lunghi orecchini geometrici di strass, i lucenti capelli castani raccolti in uno chignon basso sulla nuca, il meraviglioso vestito verde smeraldo incrostato di ricami scintillanti. Ma soprattutto le invidiò la complicità con Sidney, il modo in cui si guardavano, si toccavano quando erano vicini. Si sentì drammaticamente divisa tra la sofferenza per ciò che non avrebbe mai potuto avere e la gioia per il mondo nuovo che le si stava aprendo davanti.

 

Qualcuno bussò alla porta e ne fece capolino Mike.

 

“Scusami Lisbeth, qui fuori c’è un dago vestito di stracci che non capisce una parola. Ripete solo il tuo nome. Lo faccio passare?”

 

“Buttalo fuori a calci.”

 

“No”, si intromise Sidney. “Scommetto che è Eugenio, il fratello di Cecilia…”

 

Lisbeth gli scoccò un’occhiata infastidita.

 

“Sid, non vorrei che per farti un favore con questa qui, io debba trasformare il locale nella casa dell’emigrante!”

 

“Allora?”, chiese Mike.

 

“Fa passare questo tizio, altrimenti non ne veniamo fuori”, sospirò.

 

Cecilia li guardava interrogativa.

 

“Hai detto tu a Eugenio di venire qui?”, le domandò Sidney.

 

“No, non sapevo neanche l’indirizzo…”

 

In quel momento il ragazzo entrò. Si guardò attorno poi si tolse la scoppola, appallottolandosela in mano.

 

“Eugenio, questa è la signora Lisbeth Temperley, la padrona di questo locale.”

 

L’esame fu reciproco. Eugenio era sporco e sudato, veniva direttamente dal lavoro, ma le rivolse un cenno di saluto con la testa, da pari a pari. I lucidi capelli neri assecondarono quel gesto e gli calarono sulla fronte, senza spegnere l’intensità dei suoi occhi azzurri. Non indugiò su Lisbeth, si rivolse a Sidney.

 

Aggio fernito o’ turno. Songo venuto a piglià sorema”, disse.

 

Sidney guardò il quadrante del suo orologio, erano le cinque e mezza del pomeriggio, Eugenio aveva sulle spalle dodici ore di lavoro e lui mai si sarebbe aspettato di vederlo piombare lì, sudato e impolverato.

 

“Come ci hai trovato?”

 

“Pare che questo posto, e la padrona sua, lo conoscono tutti. Avete finito?”

 

“Non ancora. Cecilia deve provare la divisa.”

 

Il tono di Sidney era neutro, ma Cecilia vi lesse comunque il fastidio. Lo stesso che provava lei al pensiero che Eugenio fosse lì, a giudicare l’abito che le avrebbero fatto indossare.

 

“Ora?”, chiese, sperando di poter rinviare.

 

“Ora.”

 

Lisbeth la affidò ad una delle sue ragazze.

 

“Non ci vorrà molto”, disse. “Il tuo amico fuma?”

 

Girò l’elegante scatola di madreperla piena di sigarette verso Eugenio. Il ragazzo accettò l’offerta e Sidney gli porse il proprio accendino dopo aver acceso un’altra sigaretta a Lisbeth. Lei ne prese una lunga tirata attraverso il bocchino, senza staccare gli occhi da Eugenio: era alto quanto Sidney e, al contrario di sua sorella, si vedeva che aveva spalle larghe e bacino stretto. Le mani, abbronzate come la faccia, erano grandi ma non rozze, aveva le dita lunghe.

 

“Qualcuno dovrebbe proporre al governo di utilizzare la quarantena a Ellis Island per insegnare la lingua a questi poveracci. Non mi piace escludere la gente dalla conversazione, ma non ho la tua stessa facilità con le lingue, Sid.”

 

“Se vuoi posso farti da interprete, ma dubito che tu ed Eugenio abbiate qualcosa in comune.”

 

“E tu e la colombella? Che avete in comune?”

 

Sentiva gli occhi di quello sconosciuto su di sé, sembrava che stesse studiando ogni suo atteggiamento. Ricambiò il suo sguardo attraverso una nuvola di fumo e nessuno dei due si decise ad abbassare gli occhi finché l’aprirsi della porta del bagno non portò la loro attenzione su Cecilia.

Ive, la segretaria di Lisbeth, le aveva truccato gli occhi con marcate linee nere e le aveva fatto indossare calze di sete operata, scarpe con il cinturino alla caviglia e il tacco alto e un abito di raso rosso fiammante, il colore del locale. Aveva esili spalline e le si appoggiava morbido sui fianchi, trattenuto da una fascia ricamata in oro. La gonna aveva ampi spacchi laterali e arrivava poco oltre il ginocchio.

 

Per un attimo nessuno parlò nella stanza. Cecilia aspettava soprattutto il verdetto di Eugenio.

 

“Fantastica!”, mormorò Sidney, accarezzandola con lo sguardo. Lui quel corpo lo aveva sentito attraverso la stoffa degli abiti, ricordava ancora la compattezza di quei seni sotto le mani e adesso li distingueva, accarezzati dalla stoffa lucente.

 

“Lasciati dire che vedi ben al di là delle apparenze”, commentò Lisbeth. “Se tu non ci tenessi tanto, sarebbe uno splendido articolo per le stanze del piano di sopra!”

 

Il viso di Eugenio era imperscrutabile e la sua indifferenza fu ciò che, più di qualsiasi parola, ferì Cecilia.

 

Rifiutarono il passaggio che Sidney offrì loro a bordo della sua Ford T coupè e, poco dopo, furono a bordo di un tram affollato diretto a Little Italy. Il sole si avviava al tramonto.

 

 

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