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NON CREDO AI FANTASMI

di lauracostantini00it (29/01/2007 - 08:51)

E proprio un fantasma del passato è questo racconto che avevo perso nei meandri del vecchio e stanco portatile. Lo pubblicò dieci anni fa un periodico che non esiste più e voglio riproporvelo perché mi sembra ancora carino... non per essere malfidata, ma è registrato SIAE e quindi protetto dalle leggi sul copyright. Buona lettura!

Io non credo ai fantasmi, non leggo Dylan Dog, non seguo gli 'X-files'. Sono sempre stata scettica nei confronti di sedute spiritiche e medium. Non sono neanche molto religiosa. Eppure credo di aver vissuto un fenomeno paranormale. Mi chiamo Lorena, ho ventitré anni e faccio la portalettere già da due. Non è il lavoro che sognavo. Dopo il diploma mi sono guardata intorno, ho cominciato la solita trafila dei concorsi. Quella di recapitare la posta a domicilio è stata la prima occasione reale che mi si sia presentata. E l'ho presa al volo. Non è il massimo della vita, come dicevo, ma ho imparato ad apprezzare il rapporto che si crea con i destinatari, anche se ormai più che lettere e cartoline, consegno loro bollette e multe.

Il mio giro di consegne si svolge in uno dei quartieri più popolari di Roma, in periferia, pieno di palazzoni affollati di giovani coppie ed anziani soli. Le giovani coppie, per lo più, escono la mattina per consegnare i bambini all'asilo nido o alle nonne, si recano a lavoro e tornano la sera. Anche dopo mesi e mesi restano per me solo dei nomi su un citofono al quale non risponde mai nessuno.

Succede allora che, per farmi aprire il portone e poter accedere alle cassette, io debba disturbare sempre le stesse persone che, inevitabilmente, sono degli anziani soli, oppure oberati di nipotini. Al civico 35 il mio punto di riferimento era la signora Adelina,  una vecchina dolce e rompiscatole. Di quelle che ti aspettano in finestra, un po' per poter scambiare quattro chiacchiere, un po' perché sono sempre in attesa di qualcosa: la pensione, la bolletta, la lettera dei figli lontani che non arriva mai. Era questo il caso di Adelina. Lei aveva avuto una figlia sola, Elisa, della quale, dopo tre o quattro citofonate, sapevo ormai tutto. Elisa dieci anni prima aveva conosciuto un ragazzo sudamericano e se ne era innamorata. C'era stata una lite furibonda della quale Adelina ancora si rimproverava. La paura di restare sola, lei che era già vedova da tanto. La consapevolezza di perdere l'unica figlia. Non aveva saputo controllarsi. Elisa aveva deciso di seguire la propria strada e se n'era andata in Venezuela. Lì si era sposata con il suo grande amore ed aveva avuto un bambino. E Adelina viveva nella speranza di poterla un giorno raggiungere e  conoscere il suo unico nipotino.

In una vicenda così, complici il delizioso 'tiramisù' di Adelina ed il suo caffè sempre pronto, finisci con l'immedesimarti. La posta della signora Adelina passava regolarmente tra le mie mani, ed ogni volta speravo di vedere quella lettera. Non è strano, quindi, se un giorno, trovandomi davanti una busta un po' sgualcita, con il francobollo venezuelano ed un semplice 'Elisa' come mittente, ho scoperto di non vedere l'ora di raggiungere il civico 35.

Faceva caldo quel giorno, come fa caldo solo a Roma in pieno luglio. Avevo passato il fine settimana al mare ed era da venerdì che non sentivo Adelina. Vedere che le sue finestre, di solito spalancate, erano chiuse mi diede subito una brutta sensazione. Ero talmente gasata per quella lettera che avevo letteralmente saltato alcuni portoni per arrivare subito da lei. Non mi aveva detto nulla, il venerdì precedente. Non sembrava intenzionata ad andare fuori. E poi dove, se non aveva nessuno? Ho suonato comunque al suo citofono ed ho tirato un sospiro di sollievo quando mi ha risposto, come sempre, 'Sali Lorena'. Ho velocemente imbucato la posta degli altri destinatari e sono salita al secondo piano. Il palazzo aveva il solito aspetto abbandonato, da ferie di Ferragosto. Ma tutte le altre volte non lo notavo più di tanto. La porta di Adelina era aperta su un pianerottolo che, pur nell'afa di quel giorno, all'improvviso sembrava gelato ed umido come una cantina. Lei era sulla soglia. Mi ha colpito il buio alle sue spalle, un buio innaturale, totale, freddo. Adelina era pallida e non c'era il solito, familiare aroma del caffè.

Però ero troppo contenta per quella lettera, gliel'ho sbandierata davanti. "Elisa ti ha scritto!" ho esclamato. Ho visto il suo viso trasfigurarsi per la felicità. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime, le mani le hanno tremato nel prendere la lettera dalle mie. E anche quelle erano fredde. "Lo sapevo - ha mormorato. - Sapevo che non poteva aver dimenticato la sua vecchia mamma." Mi ha voltato le spalle ed ha accennato a chiudere la porta. Poi si è come ricordata di me. "Sai Lorena - mi ha detto da uno spiraglio di quel buio che regnava in casa sua - devi scusarmi. Non posso farti entrare. Non più."

Ci sono rimasta male. Mi sembrava di aver diritto a conoscere il contenuto della lettera, ad essere ringraziata come se fosse merito mio il fatto che Elisa si fosse finalmente ricordata di avere una mamma. Ho sceso lentamente le scale, sono uscita dal portone... ed ho capito. Ho capito perché non ci sarebbero più state chiacchierate e caffè e tiramisù. Sul muro di fronte un manifesto listato di nero riportava un nome ed una data: Adelina era morta. Morta tre giorni prima.

 © Laura Costantini 1997

 pubblicato dal settimanale STAR 25/07/1997

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tag: fantasmi,racconto,mistero

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