UN ASSAGGIO DI NEW YORK
E' con piacere che ho accolto la vostra proposta di pubblicare un intero brano del nostro "New York 1920 - Il primo attentato a Wall street". La scelta non era facile, cercavo qualcosa che desse un assaggio dell'atmosfera degli Anni Ruggenti, che introducesse i personaggi, che avesse un impatto emotivo... Poi ho pensato che c'erano alcune pagine che, seppure in maniera ridotta, potevano aiutarvi a familiarizzare un po' con i personaggi, con i loro sentimenti, con il loro modo di essere prima di essere travolti da avvenimenti che cambieranno per sempre il corso delle loro vite. Nel brano che segue troverete Eugenio e sua sorella Cecilia, i due ragazzi che lasciarono Napoli alla ricerca di una nuova vita in Ammerica, ma anche Lisbeth e Sidney, coloro che li aiuteranno ad integrarsi in un paese straniero con la forza dell'unico sentimento che non ha nazionalità...
Lisbeth percorse con un lungo e minuzioso sguardo la figura che se ne stava dritta e rigida al centro del suo ufficio, in piedi davanti alla scrivania. I capelli neri raccolti a crocchia, le sopracciglia folte sui grandi occhi neri tenuti pudicamente fissi sul pavimento, neanche un filo di trucco, due cerchietti di metallo ai lobi forati, una camicia bianca che aveva visto tempi migliori, una gonna lunga fino ai piedi che una volta doveva essere stata nera, uno scialle che doveva aver richiesto molto lavoro a colei che lo aveva confezionato all’uncinetto, al collo un filo con una medaglietta nascosta dentro l’allacciatura della camicia.
“Cristo Sidney! Sembra un quadro antico, roba da conquista del West!”, commentò Lisbeth accendendo la sigaretta infilata nel lungo bocchino.
Girò intorno a Cecilia. Era alta anche se, ne era sicura, non indossava tacchi. Ma con quegli stracci addosso non si riusciva a capire che forma avesse, se il corpo, sicuramente magro, fosse ben fatto o meno.
“Per lo meno è pulita. Sei sicuro che non sverrà dalla vergogna quando le avrò mostrato la divisa che deve indossare?”
Era tornata alla scrivania. Sidney si era seduto sul bordo.
“Non preoccuparti. Che ne diresti, piuttosto, di parlare di soldi?”
“Non fare il furbo con me, Sid, le tariffe le conosci: un dollaro a sera e può tenersi le mance. A patto che riesca a guadagnarsele.”
Cecilia era rimasta immobile, ad ascoltare. Non capiva una parola ma le piaceva il suono di quella lingua, il modo in cui la parlava quella donna elegantissima che teneva tra le dita un lungo bocchino di madreperla. Le invidiò i luminosi occhi verdi accuratamente truccati, i lunghi orecchini geometrici di strass, i lucenti capelli castani raccolti in uno chignon basso sulla nuca, il meraviglioso vestito verde smeraldo incrostato di ricami scintillanti. Ma soprattutto le invidiò la complicità con Sidney, il modo in cui si guardavano, si toccavano quando erano vicini. Si sentì drammaticamente divisa tra la sofferenza per ciò che non avrebbe mai potuto avere e la gioia per il mondo nuovo che le si stava aprendo davanti.
Qualcuno bussò alla porta e ne fece capolino Mike.
“Scusami Lisbeth, qui fuori c’è un dago vestito di stracci che non capisce una parola. Ripete solo il tuo nome. Lo faccio passare?”
“Buttalo fuori a calci.”
“No”, si intromise Sidney. “Scommetto che è Eugenio, il fratello di Cecilia…”
Lisbeth gli scoccò un’occhiata infastidita.
“Sid, non vorrei che per farti un favore con questa qui, io debba trasformare il locale nella casa dell’emigrante!”
“Allora?”, chiese Mike.
“Fa passare questo tizio, altrimenti non ne veniamo fuori”, sospirò.
Cecilia li guardava interrogativa.
“Hai detto tu a Eugenio di venire qui?”, le domandò Sidney.
“No, non sapevo neanche l’indirizzo…”
In quel momento il ragazzo entrò. Si guardò attorno poi si tolse la scoppola, appallottolandosela in mano.
“Eugenio, questa è la signora Lisbeth Temperley, la padrona di questo locale.”
L’esame fu reciproco. Eugenio era sporco e sudato, veniva direttamente dal lavoro, ma le rivolse un cenno di saluto con la testa, da pari a pari. I lucidi capelli neri assecondarono quel gesto e gli calarono sulla fronte, senza spegnere l’intensità dei suoi occhi azzurri. Non indugiò su Lisbeth, si rivolse a Sidney.
“Aggio fernito o’ turno. Songo venuto a piglià sorema”, disse.
Sidney guardò il quadrante del suo orologio, erano le cinque e mezza del pomeriggio, Eugenio aveva sulle spalle dodici ore di lavoro e lui mai si sarebbe aspettato di vederlo piombare lì, sudato e impolverato.
“Come ci hai trovato?”
“Pare che questo posto, e la padrona sua, lo conoscono tutti. Avete finito?”
“Non ancora. Cecilia deve provare la divisa.”
Il tono di Sidney era neutro, ma Cecilia vi lesse comunque il fastidio. Lo stesso che provava lei al pensiero che Eugenio fosse lì, a giudicare l’abito che le avrebbero fatto indossare.
“Ora?”, chiese, sperando di poter rinviare.
“Ora.”
Lisbeth la affidò ad una delle sue ragazze.
“Non ci vorrà molto”, disse. “Il tuo amico fuma?”
Girò l’elegante scatola di madreperla piena di sigarette verso Eugenio. Il ragazzo accettò l’offerta e Sidney gli porse il proprio accendino dopo aver acceso un’altra sigaretta a Lisbeth. Lei ne prese una lunga tirata attraverso il bocchino, senza staccare gli occhi da Eugenio: era alto quanto Sidney e, al contrario di sua sorella, si vedeva che aveva spalle larghe e bacino stretto. Le mani, abbronzate come la faccia, erano grandi ma non rozze, aveva le dita lunghe.
“Qualcuno dovrebbe proporre al governo di utilizzare la quarantena a Ellis Island per insegnare la lingua a questi poveracci. Non mi piace escludere la gente dalla conversazione, ma non ho la tua stessa facilità con le lingue, Sid.”
“Se vuoi posso farti da interprete, ma dubito che tu ed Eugenio abbiate qualcosa in comune.”
“E tu e la colombella? Che avete in comune?”
Sentiva gli occhi di quello sconosciuto su di sé, sembrava che stesse studiando ogni suo atteggiamento. Ricambiò il suo sguardo attraverso una nuvola di fumo e nessuno dei due si decise ad abbassare gli occhi finché l’aprirsi della porta del bagno non portò la loro attenzione su Cecilia.
Ive, la segretaria di Lisbeth, le aveva truccato gli occhi con marcate linee nere e le aveva fatto indossare calze di sete operata, scarpe con il cinturino alla caviglia e il tacco alto e un abito di raso rosso fiammante, il colore del locale. Aveva esili spalline e le si appoggiava morbido sui fianchi, trattenuto da una fascia ricamata in oro. La gonna aveva ampi spacchi laterali e arrivava poco oltre il ginocchio.
Per un attimo nessuno parlò nella stanza. Cecilia aspettava soprattutto il verdetto di Eugenio.
“Fantastica!”, mormorò Sidney, accarezzandola con lo sguardo. Lui quel corpo lo aveva sentito attraverso la stoffa degli abiti, ricordava ancora la compattezza di quei seni sotto le mani e adesso li distingueva, accarezzati dalla stoffa lucente.
“Lasciati dire che vedi ben al di là delle apparenze”, commentò Lisbeth. “Se tu non ci tenessi tanto, sarebbe uno splendido articolo per le stanze del piano di sopra!”
Il viso di Eugenio era imperscrutabile e la sua indifferenza fu ciò che, più di qualsiasi parola, ferì Cecilia.
Rifiutarono il passaggio che Sidney offrì loro a bordo della sua Ford T coupè e, poco dopo, furono a bordo di un tram affollato diretto a Little Italy. Il sole si avviava al tramonto.
I FATTI SECONDO LORY 8
Juliette si guardò intorno, in preda a un improvviso senso di nausea. Scorse più di un sorriso. Qualcuno azzardò un applauso che non ebbe seguito, ma non era sicura che se lei non fosse stata presente non si sarebbe levata un’ovazione. Mentre Bashar, che aveva pranzato con lei, la invitava ad uscire, i suoi occhi incontrarono quelli di Aisha. Non si era accorta della sua presenza prima, non sapeva che frequentasse Birzeit. Lo sguardo che le rivolse non era cordiale sebbene non nascondesse di averla riconosciuta per la straniera che si era intromessa nei loro discorsi da Zalatino. Neanche quello di Juliette fu uno sguardo caloroso. Era evidente che Aisha e Rhamul erano arrivati insieme a Birzeit, forse in quel momento lei sapeva dove si trovava il ragazzo, cosa stava facendo. Era evidente che Aisha considerava Rhamul una sua proprietà. E lui? Quali erano i loro veri rapporti? Era la donna che avrebbe sposato? La gelosia le divampò dentro sconosciuta e prepotente, cancellando anni di libertà sentimentale, di rapporti leggeri, giocosi, quasi amichevoli. Rhamul non era ancora l’amore, non poteva esserlo dopo soli due giorni. Ma non aveva provato per nessuno quello che provava per lui. Il gioco di sguardi durò qualche istante e Juliette mise nel proprio una sfida: chiunque fosse Aisha, Rhamul in quel momento apparteneva a lei e a nessun altro!
Bashar non si era accorto di niente. Il suo pensiero era rimasto alle immagini di devastazione trasmesse da Haifa e imputò a quelle il turbamento di Juliette.
“Mi dispiace…”, mormorò. “L’esasperazione a volte rende crudeli… Non si dovrebbe applaudire la morte di altri esseri umani, ma…”
“Non è colpa tua. Non so bene di chi sia, ma non è tua.”
“Neanche se ti dico che ho partecipato all’Intifada?”
Juliette lo guardò, cercando di scacciare il pensiero di Aisha e di Rhamul. Bashar era alto, troppo magro, con occhi dal taglio triste e di contrasto una bocca sempre disposta al sorriso.
“Tranquillo, da che sono qui, e sono solo due giorni, non ho conosciuto palestinese che non l’abbia fatto.”
“E lo trovi divertente?”
“Trovo divertente che vogliate scusarvene con me, mentre non battete ciglio davanti a spettacoli come quello di poco fa. Ma comincio ad abituarmi…”
“Tu ci giudichi dei barbari, vero?”
“Io non vorrei ergermi a giudice né per voi né per gli israeliani, ma mi risulta sempre più difficile esaminare i fatti con il distacco dovuto alla mia professione.”
“Allora il tuo parere qual è?”
“Come la maggior parte degli esseri umani, sono contraria alla guerra, qualunque ne sia la giustificazione. A voi palestinesi imputo quella che reputo la distorsione più orrenda della religione: cercare il paradiso infliggendo la morte a se stessi e agli altri.”
“Lo capisco. Ma tu devi capire che siete voi occidentali ad avere della morte una concezione diversa dalla nostra. Voi non riuscite ad accettarla, a vederla come parte integrante della vita. Eppure molti di voi, nel passato, hanno scelto di immolarsi in nome di una causa giusta. Tu sei francese e, se non sbaglio, in Francia molti partigiani sono morti combattendo contro l’occupazione nazista… e sei proprio sicura che non abbiano causato vittime innocenti?”
Juliette si rese conto di essere stata arrogante. Non per quello che aveva detto, ma per quello che aveva pensato. Mentre passeggiava nei viali silenziosi accanto a quel ragazzo, capì di essersi posta in una posizione di superiorità, di non aver neanche immaginato che Bashar potesse sostenere un contraddittorio. E non si nascose che quella bassa considerazione derivava dal fatto che lui fosse palestinese.
“E’ vero, hai ragione. Ma da allora sono passati sessant’anni, il mondo è cambiato e la morte non è più un valore assoluto.”
“Non per voi, che avete tutto. Ma per un ragazzo palestinese, che ha visto morire compagni, parenti, figli o genitori sotto il fuoco nemico, la morte da mufachach diventa un prezzo accettabile da pagare per la libertà.”
“Una libertà della quale lui non godrà, così come non ne hanno goduto decine e decine di kamikaze prima di lui. Come pretendete che gli israeliani apprezzino il valore delle vostre vite, se voi siete i primi a non tenerle in alcun conto? Ma non capisci che il vostro disprezzo per la vita è l’unica cosa che i non musulmani non riusciranno mai ad accettare di voi? Non capisci che la vostra religione è anacronistica? In un mondo che va sempre più verso lo stato laico, siete gli unici a restare ancorati, con almeno un paio di secoli di ritardo, ad una concezione teocratica. E’ questo il vostro limite.”
Bashar annuì.
“E’ vero. Ma anche voi occidentali avete un limite. I musulmani nel mondo solo oltre un miliardo e, a fronte di questo, voi pretendete di continuare a gestire le risorse più preziose del pianeta: quelle energetiche. Sappiamo tutti che Israele è appoggiato dal mondo occidentale in quanto sentinella avanzata dell’Occidente e primo guardiano del petrolio in Medio Oriente. E qui sta il vostro problema: saranno sufficienti lo spettro dell’atomica e delle armi di distruzione di massa a mantenere il coperchio sul calderone di trecento milioni di arabi mediorientali? Voi non siete preparati a una guerra di logoramento. Noi si.”
“Non è una cosa di cui andare fieri.”
“No, ma è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che mantenere il Medio Oriente in perenne agitazione è una precisa scelta da parte delle potenze occidentali. Prova a immaginare cosa sarebbe questa terra se israeliani e palestinesi riuscissero a convivere pacificamente. Potremmo diventare uno stato potente, pronto a dettare le proprie condizioni sui mercati internazionali. Riesci a immaginare niente di più pericoloso che il fiuto per gli affari dei giudei e l’abilità di mercanti degli arabi? Non è un caso se le nostre armi sono prodotte tutte in Occidente, ce le vendete nella speranza che finiremo per ammazzarci tutti l’un l’altro.”
“Se siete coscienti di ciò, perché fate il gioco dell’Occidente?”
Bashar si strinse nelle spalle.
“L’hai detto tu: la religione è il nostro limite. Conosci qualche musulmano disposto a farsi governare da un giudeo?”
Juliette rise.
“Se è per questo non conosco neanche un ebreo che sia disposto a obbedire a un musulmano. Sei in gamba, Bashar.”
“Lo so, e sono anche un ottimo chitarrista. Stasera ti offro una versione inedita di Imagine di John Lennon.”
“Per il momento, offrimi il tuo profilo. Voglio farti qualche foto.”
Volevo darvi un assaggio del nostro romanzo "La guerra dei sordi". Non so se ci sono riuscita. Se si, fatemi sapere cosa ne pensate.
Il sapore gustoso del fattush, un’insalata di cetrioli e pomodori al profumo di menta servita con crostini, le venne guastato dalle immagini del quarto attentato dall’inizio della Pasqua ebraica. Durante il giro con il rettore, aveva scoperto che esisteva una sala tv adiacente alla mensa, dove era possibile gustare un profumato caffè. Il televisore era sintonizzato su Al Jazeera e un immediato silenzio calò sulla sala mentre lo speaker annunciava che nella città di Haifa, un kamikaze si era fatto esplodere pochi minuti prima nel ristorante Matza, all’interno del centro commerciale Grand Kanion. Si contavano decine di morti e testimoni parlavano di persone in fiamme che tentavano di fuggire.



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